-
Ricordi di suoni e di luci. Storia di un poeta e della sua follia
€17,00Libro presentato da Pietro Gibellini nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2025
Lo strambo, il vagabondo, il matto di cui si narra in questo romanzo è Dino Campana, uno dei più grandi poeti del Novecento italiano. Nato nel 1885 e morto in manicomio nel 1932, dopo quattordici anni di reclusione, il protagonista di questa vicenda, in cui storia e invenzione corrono parallele, a volte dialogando, altre mescolandosi, altre ancora incrociandosi per poi seguire strade diverse, è celebre per i suoi vagabondaggi, spesso conclusi con il carcere o il ricovero in una clinica psichiatrica, per una infuocata avventura d’amore con la scrittrice Sibilla Aleramo e soprattutto per la sua passione incondizionata per la poesia. È una lettura fulminante a cambiargli la vita. È la fine di un sogno, quello di poter essere ancora poeta, a trasformarla per sempre nella follia.
Proposto da Pietro Gibellini al Premio Strega 2025 con la seguente motivazione:
«Renato Martinoni è concordemente ritenuto il maggior narratore svizzero di lingua italiana del nostro tempo, oltre che studioso di alto profilo e professore emerito di Letteraratura italiana all’Università di St. Gallen. Per narrare questa Storia di un poeta e della sua follia lo scrittore si è certo giovato dello specialista di Dino Campana, ai cui Canti Orfici ha dedicato un esemplare commento (Einaudi, 2003, più volte riedito e ristampato) e sul quale ha procurato studi innovativi (Orfeo barbaro, Marsilio, 2017). Ma lo studioso si è qui posto totalmente al servizio dello scrittore, inventivo e profondo. L’incandescente vicenda fisica e mentale del protagonista, resa con soluzioni stilistiche originali e cortocircuiti immaginativi sorprendenti, e con una ammirevole qualità linguistica, si versa in una calcolata architettura: quattro parti (La fata verde, La fata bianca, La fata rossa, La fata nera), ciascuna di sei capitoli. Riviviamo gli ultimi anni di vita del grande poeta Dino Campana: dal 1915, l’anno successivo alla pubblicazione dei Canti Orfici, fino al 1932, l’anno della morte in manicomio, dove Campana è entrato quattordici anni avanti. Come chiarisce l’autore nell’Avvertenza finale, in questo romanzo la realtà e la fantasia a volte si incontrano, altre si intrecciano, altre ancora si mescolano in un gioco narrativo dove verità e invenzione si trasformano in una “fiaba lirica” (come ha osservato Dacia Maraini commentando il precedente romanzo di Martinoni, La campana di Marbach, Guanda 2020, che ha per protagonista un altro diverso, il pittore Antonio Ligabue). Proprio per allontanare il racconto da una realtà altrimenti troppo riconoscibile, il protagonista viene chiamato “il poeta”, oppure (come lo definisce la gente, con disprezzo) “lo strambo”, “il vagabondo”, “il matto”. Il nome di Campana compare difatti soltanto alla fine dell’ultimo capitolo del romanzo, proprio per tenere lontana la narrazione dalla biografia, creando insieme uno stato di suspense. Infatti il romanzo non vuole narrare la vita di un uomo, anche se lo scenario è quello dei luoghi realmente frequentati dal “matt Campèna” nella sua mania ambulatoria e le persone, pur con nomi diversi (Sibilla Aleramo è Samia), sono quelle con cui ha avuto dei rapporti. Esso segue una tesi molto accattivante: quella secondo cui la follia consegue alla progressiva coscienza dell’impossibilità, per chi sa di essere stato un poeta grande e originale, di essere ancora poeta: della perdita della Poesia, insomma.»
-
Wild swimming
€18,00Libro presentato da Laura Pugno nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2025.
«Più che un’educazione sentimentale, un’immaginazione sentimentale.» – Claudia Durastanti
Due giorni dopo essere entrate in contatto tramite una dating app, J. e la protagonista di questo romanzo si incontrano sul binario di una stazione londinese. Sanno poco l’una dell’altra, ma hanno scambiato foto delle loro librerie lasciando che siano i loro gusti letterari a parlare. L’attrazione fra loro è subito fortissima, l’intimità dei corpi precede quella dei pensieri. J. viene dal Canada, ha un compagno cui è legata da una relazione etica non monogama, è in fuga da un ricordo difficile anche solo da pronunciare. La narratrice è cresciuta in una piccola città veneta ma da quando ha diciotto anni vive in grandi città europee, alternando l’euforia di quegli spazi nuovi con un senso di sradicamento. Insieme trovano il coraggio per tuffarsi nelle acque non protette del desiderio e del dolore, per nuotare attraverso i fondali della memoria fino a trovare le parole per raccontare la propria storia.
Proposto da Laura Pugno al Premio Strega 2025 con la seguente motivazione:
«Un’opera d’esordio, tra autofiction e memoir. Una donna, Giorgia, sulla soglia tra giovinezza e maturità, vuole costituirsi come soggettività assoluta, sganciata da ogni previsione di destino che la sua famiglia e la sua origine italiana, la sua provenienza da una piccola città del Veneto, possano avere in serbo per lei. Alle sue spalle, come in ogni vita, c’è un trauma: quotidiano, e quasi comune, potremmo dire, a una generazione intera, ma declinato in questa particolare vita nelle forme del silenzio, del non detto, dell’enigma che, non nascosto ma esposto, diventa emblema. Giorgia vive a Londra, la Londra post-Brexit dove le dinamiche del capitalismo si mostrano per così dire in purezza, senza infingimenti. Lì tesse incontri, eticamente non monogami, con altre donne e ragazze, a loro volta ferite ma in modo vertiginosamente più grave; e nuove reti di sostegno, familiari o antifamiliari, che continuamente devono negoziare con scelta, assenza, distanza. Perché ogni soggettività in questo nuovo mondo è una soggettività assoluta, e immergersi nell’acqua che sono gli Altri è come praticare il wild swimming, il nuoto selvaggio, in acque libere, dove non ci sono piscine o strutture artificiali a darci sicurezza, e tantomeno sistemi di salvataggio pronti ad attivarsi. Vale a dire, quello che per secoli o millenni è stato semplicemente il nuoto. E Giorgia Tolfo, autrice e protagonista di questa storia, lo sa benissimo. In Wild Swimming, con voce sicura, una voce pensante, Tolfo abbandona gli schemi tradizionali della narrazione, la freccia della storia connaturata ai modelli, culturalmente impliciti, dell’avventura e della quest: perché la nuova sfida è stare e restare, nella vita che ci si è liberamente scelte, e rimanere aperte alla possibilità di nuove ferite per non negare la possibilità stessa della relazione – di ogni relazione – celebrando il corpo e la sua vitalità sempre rinnovata, a ogni nuova notte, a ogni nuovo giorno.»
-
Spiritualità quotidiana. Mappa interiore per viaggiatori dei mondi del cuore
€17,50Questo libro è un viaggio nel profondo di se stessi che invita a esplorare la propria spiritualità quotidiana attraverso una prospettiva autentica e trasformativa. Un percorso di scoperta che affronta temi come le emozioni, le relazioni e il potenziale di guarigione insito in ciascuno di noi. Attraverso strumenti pratici, riflessioni profonde e spunti evolutivi, l’autore incoraggia a riscoprire il potere personale e a vivere con maggiore consapevolezza. La spiritualità, qui, non è una meta irraggiungibile o legata a dottrine, ma una forza tangibile che si manifesta nell’armonia tra mente, corpo e anima, dove il ‘cuore’ è anche sinonimo di questa connessione. Con esercizi pratici e momenti di introspezione, offre una mappa per riconnettersi con la scintilla divina e vivere appieno la propria essenza.
-
La levatrice di Nagyrév
€19,00Zsigmond Danielovitz, incaricato di indagare sul cadavere di un’anziana contadina, è un uomo indebolito dalla guerra, ma vigile. E così ci mette poco a scorgere, dietro gli occhi degli abitanti di Nagyrév, qualcosa di sinistro. Nagyrév è un piccolo villaggio sperduto nella pianura ungherese, l’anno è il 1929 e il benessere, in quella ristretta comunità rurale, non arriva. Zsigmond Danielovitz si rende presto conto che la morte della donna sulle sponde del fiume Tibisco non è che l’anello di una lunga catena di scomparse e incidenti che da tempo coinvolgono il piccolo villaggio. “La levatrice di Nagyrév” racconta un fatto di cronaca realmente avvenuto tra le due guerre mondiali, un episodio che sconvolse l’Europa non solo per l’efferatezza dei crimini, ma anche per un inedito capovolgimento dei ruoli: le donne uccidono gli uomini, si vendicano. Superstizione, violenze, miseria e soprusi sono i protagonisti delle vite che si incrociano in questo affresco rurale, dove a fare le spese di appetiti e frustrazioni sono sempre le donne. Le regole patriarcali della comunità magiara e le meschinità dell’animo umano creano situazioni insostenibili e sofferenze ingiustificabili per mogli e figlie, anziane e ragazze. Personaggio chiave, intorno al quale girano le storie di Nagyrév, è la misteriosa Zsuzsanna, levatrice dal passato fumoso, spesso etichettata come «strega» dai suoi concittadini, temuta e, ogni tanto, rispettata, una figura carismatica, rarissimo esempio di donna emancipata, cui molte «sorelle» chiedono aiuto per risolvere i guai che hanno dentro casa: gravate da inganni, stupri e sottomissioni, le vittime hanno deciso di alzare la testa. Gli avvenimenti che ebbero luogo a Nagyrév, mostrando gli orrori di cui è capace la vita domestica e le forme di resistenza alle sopraffazioni di genere, possono essere una finestra utile, e dolorosa, per capire il presente.
-
Miss Bee e il principe d’inverno
€14,90Nel libro “Miss Bee e il principe di inverno” Miss Bee ritorna con una nuova indagine ricca di intrighi e suspense, che si svolge negli ambienti dell’alta aristocrazia britannica. Siamo nel dicembre del 1924, ed è Natale nella suggestiva tenuta di campagna di Alconbury Hall, dimora della famiglia Lennox. Tra le sale eleganti e i camini scoppiettanti, Lady Millicent Carmichael ha deciso di svelare alla sua segretaria, la vivace Beatrice Bernabò, conosciuta come Miss Bee, memorie tanto sconvenienti quanto intriganti. Miss Bee è incantata dal fascino di Alconbury Hall, con le sue eleganti decorazioni natalizie e le tradizioni britanniche che riempiono l’atmosfera di calore. È anche intrigata dal carismatico Julian Lennox, il visconte della tenuta, e dal misterioso Alexander, il cugino di Julian di origine russa. Tra feste scintillanti, residenze vittoriane lussuose e pettegolezzi, Miss Bee non immagina però le sorprese che l’attendono. Quella serenità apparente, infatti, cela segreti inconfessabili. Con il passare dei giorni, quello che doveva essere un Natale di serenità si trasforma in un intricato puzzle: un furto inaspettato, un tentato omicidio e un’oscura scomparsa minacciano la tranquillità della residenza. La giovane segretaria dovrà fare appello alla sua intelligenza e al suo coraggio per scoprire la verità, destreggiandosi tra intrighi aristocratici e pericoli mortali. Riuscirà Miss Bee a smascherare l’inganno prima che sia troppo tardi?
-
Quello che so di te
€19,00Libro presentato da Salvatore Silvano Nigro nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2025.
Nadia Terranova ci consegna con queste pagine il suo romanzo più personale e più intenso, che ci interroga sul potere della memoria, individuale e collettiva, e sulla nostra capacità di attraversarla per immaginare chi siamo.
C’è una donna in questa storia che, di fronte alla figlia appena nata, ha una sola certezza: da ora non potrà mai più permettersi di impazzire. La follia nella sua famiglia non è solo un pensiero astratto ma ha un nome, e quel nome è Venera. Una bisnonna che ha sempre avuto un posto speciale nei suoi sogni. Ma chi era Venera? Qual è stato l’evento che l’ha portata a varcare la soglia del Mandalari, il manicomio di Messina, in un giorno di marzo? Per scoprirlo, è fondamentale interrogare la Mitologia Familiare, che però forse mente, forse sbaglia, trasfigura ogni episodio con dettagli inattendibili. Questa non è solo una storia di donne, ma anche di uomini. Di padri che hanno spalle larghe e braccia lunghe, buone per lanciare granate in guerra. Di padri che possono spaventarsi, fuggire, perdersi. Per raccontare le donne e gli uomini di questa famiglia, le loro cadute e il loro ostinato coraggio, non resta altro che accettare la sfida: non basta sognare il passato, bisogna andarselo a prendere. Ritornare a Messina, ritornare fra le mura dove Venera è stata internata e cercare un varco fra le memorie (o le bugie?) tramandate, fra l’invenzione e la realtà, fra i responsi della psichiatria e quelli dei racconti familiari.
Proposto da Salvatore Silvano Nigro al Premio Strega 2025 con la seguente motivazione:
«“La famiglia è la storia che ti racconti, il modo in cui te la racconti, mentre ognuno vive il suo pezzo di vita, la sua parte nel gruppo, a tratti indifferente alla versione degli altri. Scrivere è interrompere il non detto, o crearne uno nuovo… scrivere è creare un incantesimo; se lo scrivo accade. Scrivere è spezzare un incantesimo: se lo scrivo, non accade più”. La citazione magistralmente ritmata è stata sfilata dal grandioso romanzo di Nadia Terranova, Quello che so di te, pubblicato dall’editore Guanda. È una illuminante dichiarazione di intenti; e anche un’indicazione di lettura. Il romanzo di Nadia Terranova non è infatti una cronaca familiare che guarda all’albero genealogico. È una continua interrogazione di una Mitologia Familiare, saggiata, corretta, verificata o contraddetta, dove il detto e il non detto, il silenzio e la parola, il pudore e l’autoinganno, il sogno e la realtà, la solitudine e l’orfanezza, la superstizione e la fatalità, sono passioni dell’enunciazione: in un romanzo che, prima di tutto, guarda al valore letterario, grazie anche all’esattezza di una lingua sapientemente tersa. L’asse della storia è dato dalla ricostruzione di un caso di follia in famiglia, che diventa un viaggio nel tempo e nei corpi di una bisnonna e della narratrice: due diverse esperienze della maternità, tra dolori, incanti e alchimie fisiologiche; sull’esser donne e sull’esser padri, con sgomento e paure. Non manca, nel romanzo autobiografico di Nadia Terranova, la consueta memoria di un paesaggio d’affetto. È il quadro della sua Messina ferita dalla guerra e dal terremoto, ma sempre magica, sotto i riflessi lattiginosi dell’aerea “Lupa”: una “condensa” che oscura la costa calabrese ricordando ai messinesi che la Sicilia è un’isola, basta un po’ di nebbia per separarla dal continente».
-
Leggere Dante a Tor Bella Monaca
€17,00Libro presentato da Marco Cassini nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2025.
Emiliano Sbaraglia racconta la sua storia di insegnante in una scuola di frontiera, e di come i versi di Dante siano stati una chiave inaspettata per toccare il cuore dei suoi studenti, in un quartiere segnato dal disagio sociale e dall’abbandono scolastico.
Alla fine di una delle strade del quartiere, noto per l’alto tasso di criminalità e per essere una piazza importante dello spaccio di droga, c’è una scuola. Qui si incontrano le storie di una classe di studenti e studentesse di terza media inevitabilmente segnati dal luogo in cui sono nati, dall’ambiente che li circonda, dal contesto familiare in cui vivono. C’è molto da fare in una scuola come questa, tormentata da una percentuale alta di abbandono scolastico, con un livello di scolarizzazione sempre troppo basso, costretta a fare i conti con quanto accade fuori, per non lasciarlo entrare dentro. Il prof di italiano cerca di assolvere al suo ruolo seguendo non tanto le indicazioni nazionali o le circolari ministeriali, che si moltiplicano spesso inutilmente, ma attraverso ciò che può consentire di nutrire un rapporto con degli adolescenti portati dalla vita a diventare già grandi, e che in molte situazioni possono insegnargli più di quanto lui possa insegnare loro. Tra gli innumerevoli tentativi di coniugare una didattica tradizionale e innovativa con la cruda realtà di ogni giorno ecco arrivare, quasi per caso, la lettura di Dante Alighieri, la sua biografia, la sua opera, i versi immortali della Divina Commedia, utili anche a strappare un sorriso, ad alleggerire la giornata, perché Dante è un fuoriclasse come Totti, un numero 10 come lui, anzi di più: basta riuscire a dimostrarlo. Nel complesso potrebbe rivelarsi una scelta azzardata, da qualche collega viene criticata, perché poco funzionale rispetto alle priorità da affrontare. Eppure, funziona; Dante, con le sue infinite possibilità di temi, spunti e suggestioni, con la sua insuperata immaginazione e creatività, ancora una volta compie il miracolo di coinvolgere mondi apparentemente lontani, tanto diversi ma non per questo irraggiungibili, permettendo allo stesso tempo di raccontare la storia della lingua e della letteratura italiana.
Proposto da Marco Cassini al Premio Strega 2025 con la seguente motivazione:
«Leggere Dante a Tor Bella Monaca di Emiliano Sbaraglia (E/O) è un libro potente, che dovrebbe essere letto e discusso nei centri e nelle periferie, nelle scuole e nelle famiglie. È la storia di un professore di una di quelle scuole definite “difficili” di una periferia “difficile”, peraltro proprio uno dei due luoghi-simbolo del territorio nazionale individuati dalla Fondazione Bellonci per il suo lodevole progetto “Storie di periferia”. Lontano dalla retorica sul senso di “missione” o “vocazione”, il docente-protagonista si definisce semplicemente un “dipendente pubblico”, che con pazienza e inventiva riesce pian piano a conquistarsi la fiducia di una classe che altrimenti sarebbe molto probabilmente destinata all’abbandono scolastico. La storia è puntellata da vivacissimi dialoghi tra l’insegnante e un gruppo di ragazze e ragazzi che “l’inferno lo conoscono già, senza bisogno di leggere Dante”. E allora da dove nasce questo bisogno? Da una felice intuizione del prof: dato l’altissimo tasso di dispersione scolastica in questo quartiere, la gran parte di loro non arriverebbe al liceo, rischiando così di mancare il decisivo incontro con il più grande poeta italiano, e con il contesto in cui nasce la lingua italiana; e allora bisogna dar loro un’opportunità di conoscerli. Nella narrazione, questo incontro è inizialmente frutto di divertenti “trucchetti” per farglielo digerire trovando collegamenti tra il loro universo e quello del Trecento fiorentino: guelfi e ghibellini come romanisti e laziali; Paolo e Francesca come i protagonisti del testo di una canzone neomelodica; le polemiche tra Cavalcanti e Cino da Pistoia come il dissing tra due rapper. Fino all’agognata vittoria finale: “Ci avevi ragione tu, professo’, ‘sto Dante è mejo de Totti”. Per questi motivi, e in primis per offrire un’occasione in più di circolazione, in particolare nelle scuole, a questo libro fresco e vigoroso insieme, che ho deciso di sottoporne la candidatura al Comitato direttivo del Premio Strega.»